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UN EBREO DI NOME GESÙ - LA PORTA DI LUCE

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UN EBREO DI NOME GESÙ


Un ebreo disse a un altro ebreo: <<A Gerusalemme raccontano che il Messia e già venuto, e che si chiama Gesù>>.
All’inizio Gesù fu soltanto questo: una notizia.
Una notizia da Gerusalemme, propagata a voce fra gli ebrei negli ultimi anni dell’imperatore Tiberio. I pellegrini e i commercianti di ritorno dalla Città Santa ne parlavano nelle case e nelle sinagoghe della diaspora, cioè fra gli ebrei emigrati, che erano numerosissimi: cinquantamila ad Antiochia, forse altrettanti a Roma, duecentomila ad Alessandria d'Egitto; e in tutto l’impero romano quattro—cinque milioni, contro un milione in patria.
Nelle comunità giudaiche c’era di tutto, dal ricco al poverissimo. Alcuni grossi uomini d’affari finanziavano sinagoghe proprie a Gerusalemme; e invece i ciabattini, i facchini, i manovali riuscivano appena a pagare al Tempio l’imposta annuale di due dracme, un centinaio di euro d’oggi.
La fede religiosa, oltre a tenerli tutti   
uniti, era anche il connotato fondamentale della loro nazionalità, dotata di un suo statuto particolare nell'impero. Per esempio: gli ebrei erano di solito esenti dal servizio militare, in omaggio alla Legge mosaica, che tra l’altro vietava di muoversi e di combattere il giorno di sabato. Anche i pagani convertiti al giudaismo e circoncisi — i cosiddetti "proseliti della giustizia" —— acquistavano diritti e doveri degli ebrei.
Ma era già vivo l’antisemitismo. Nato dalla consueta diffidenza dei nativi per i ”diversi”, in ogni luogo, esso si caricava poi di motivi peculiari, dovuti alla speciale posizione degli ebrei nello Stato, al successo economico di alcuni e alla questione religiosa, deformata dall’ignoranza. Quel Dio giudaico senza nome e senza statue appariva misterioso e sospetto: vociferazioni popolari accusavano gli ebrei di sacrifici umani, e piovevano i vituperi degli intellettuali: <<Nazione scellerata, nemica dell'umanità», sentenziarono via via Seneca, Giovenale, Tacito.  



 
 
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