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Sapienza e “Il comune senso della tristezza” - LA PORTA DI LUCE

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Sapienza e “Il comune senso della tristezza”


Ogni sua lacrima era sempre versata per la persona che incontrava sentendo in lei i peccati che aveva commesso verso Dio. Sapienza era un mendicante barbone: egli viveva nella strada, era felice della libertà che aveva; non dipendeva da nessuno vivendo di carità: questa era stata la sua scelta da tantissimi anni. Sapienza ricopriva il suo viso sempre con un sorriso, a chi gli dava l’offerta rispondeva con un "grazie sia fatta la tua felicità". Egli vedeva lo stato dell’anima della persona che gli stava di fronte, capiva il comportamento che aveva con Dio; il suo stato interiore ne soffriva e non lo dava a vedere. Sapienza non dimostrava l’età: non certo i suoi cento anni.
Quante cose aveva visto, e sentito nella vita; il Signore lo preservava e il perché non lo aveva capito. Una cosa faceva per tutte le persone che interiormente lo rendevano felice: pregava, dava al Signore modo che nella sua volontà intervenisse.
Sapienza molto spesso era coperto d’insulti, sputi e bestemmie, dategli da chi gli passava accanto, ma egli continuava a pregare per loro, nella sofferenza; è certo che la sua tristezza era forte interiormente. Gioiva solo quando nelle persone che incontrava, trovava la luce di Dio; la sua solitudine era per ringraziare Dio di quel dono che possedeva nello scrutare l’anima e di pregare per lei. Il suo compito era quello e ne era felice. Un bel giorno Sapienza si appostò davanti ad una chiesa; ricorreva la festa di Santa Barbara, si mise con il suo piccolo sgabello, e la sua pulitissima ciottola, a chiedere la carità. Le persone iniziarono ad arrivare, lo guardavano chi con disprezzo, chi con pena e chi con la completa povertà d’animo, cercando questi ultimi di dargli consolazione con le parole. Sapienza guardava dentro, inorridiva nel vedere grandi macchie nelle loro anime quante dannazioni erano in atto "Certo la misericordia di Dio è incommensurabile", pensò "Bisognava pregare molto. Non ci si può ritenere soddisfatti, fin quando il cielo ti dà la possibilità di convertirti dei tuoi peccati". Sapienza era sempre lì con la ciottola, si guardava attorno per cercare, aveva la sensazione che qualcuno gli comunicasse  qualcosa, ma non riusciva a capire: ad un certo punto egli ritirò la ciottola e rimase lì seduto e attese. Dopo pochi minuti ecco alzarsi un lieve vento; egli nel sentirlo si stupì, non vedeva nulla che lo potesse produrre, il tempo era bello ma - pensò – attendiamo!  Passarono altri minuti, e sentì una mano sulla spalla, si girò guardandosi attorno, ma non c’era nessuno; a un tratto una sottile voce lo chiamo:
"Sapienza, sono Cristo Gesù ti sono affianco per farti capire che il cielo ti è vicino, continua la preghiera, con essa devi recidere l’erba cattiva, far pulizia.
Il campo deve diventare fertile alla mia parola, devi sempre cercare di arrivare prima del male, devi pregare affinché il terreno possa ancora assorbire il seme e  farlo crescere.
Sapienza non conoscerai stanchezza in questo, le elemosine tramutale in preghiera, non ti mancherà nulla come finora è stato, ascolta: perché il tubo di una stufa porti su il fumo bisogna tenerlo pulito dalla caligine. Così è l’anima: perché possa salire in cielo, il corpo deve bruciare d’amore per Dio. Non vi si deve mai attaccare lo sporco. La preghiera ha questa forza. Sapienza,  vivrai ancora per capire il sacrificio che il Signore ti ha donato, e quando tutto sarà concluso verrai introdotto nel regno dove non si chiede l’elemosina, dove si vive solo d’amore gratuito.

Gesù sparì da lì e Sapienza, ancora rapito da ciò che aveva ascoltato si guardò attorno sentendo alcune persone dire:
"Guarda questo povero uomo, non ha neanche più la forza di chiedere la carità, dorme e come dorme, mah".
Sapienza non aveva dormito, sapeva cosa era successo: la terra non lo aveva trattenuto, il cielo lo aveva rapito e ciò lo rendeva felice.
Sapienza rimase sulla terra altri dieci anni, chiuse gli occhi guardando il cielo vicino al Redentore a Roma. Fu portato dagli angeli in cielo avendo ormai finito il suo compito.  Aveva salvato tante anime; il tempo, Gesù lo aveva concesso e lui aveva cercato di portarlo al massimo guadagno.
Il suo corpo riposa e nella lapide vi è scritto:

Mell, com’era chiamato dalla gente, ha vissuto per la salvezza degli altri.

MELL ….1830 – 1940

Oh cuore che sali al cielo,
guarda ciò che hai lasciato,
la tua anima è rapita
nell’ultimo viaggio,
di un felice ritorno alla Casa del Padre.

Oh cuore che hai  fuso l’amore con il Signore,
ora sali in cielo lasciando in Terra ciò che il Signore ti ha donato.

Guarderai da lassù,
ciò che hai lasciato quaggiù.





 
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