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LETTERE PASTORALI - LA PORTA DI LUCE

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LETTERE PASTORALI

"PRIMA LETTERA A TIMOTEO"
CAPITOLI
1 -  2  - 3 -  4 -  5 -  6

"SECONDA LETTERA A TIMOTEO"
CAPITOLI
 1 - 2 - 3 - 4

"LETTERA A TITO"
CAPITOLI
1 - 2 - 3


INTRODUZIONE "LETTERE PASTORALI"

Due lettere a Timoteo e una a Tito formano   il gruppo delle << pastorali >>, cosi dette perché indirizzate a pastori di anime e relative alle regole di governo della Chiesa.
Gli Atti (16) ci fan sapere molto di Timoteo, uno dei più fedeli discepoli e collaboratori di San Paolo; nativo della Licaonia, forse di Listri, era già cristiano e molto stimato quando vi arrivò San Paolo che lo elesse compagno e collaboratore. E siccome non era circonciso, essendo di padre gentile e di madre giudea, perché non fosse d’ostacolo alla conversione dei Giudei, lo circoncise. Da quel momento Timoteo non abbandono più il suo maestro che quando era da lui inviato alle diverse Chiese come suo rappresentante: lo seguì anche nella prigionia di Roma.  
Dopo questa prigionia sembra che San Paolo sia andato in Spagna (Rm. 15, 28), poi andò in Oriente, a Creta, nell’Asia Minore, nella Macedonia e arrivò fino a Nicopoli nell’Epiro. Quando passò da Efeso, vi lasciò come vescovo Timoteo. Forse temendo di non rivederlo più, gli scrisse dalla Macedonia la prima lettera nel 64 o 65, quando, saputo dell’incendio di Roma e della dispersione di quella fiorente Chiesa, decideva dj ritornare nell’eterna città, ove giunse l’anno dopo. È  una lettera familiarissima, in cui i pensieri si succedono spontaneamente in un ordine tutto soggettivo, che non può ridursi all’unità schematica. Dopo un breve prologo (1, 1-2), esorta Timoteo a combattere i falsi dottori (1, 3-20), gli insegna come diportarsi nella preghiera pubblica e nel culto (2, 1-15), quali doti debbono avere i sacri ministri (3, 1-16), come diportarsi con gli eretici (4, 1-16) e con le varie classi di cristiani (5, 1-25), ritorna a parlare dei falsi dottori e chiude con avvisi particolari (6, 3-19), quindi coll’epilogo (6, 20-21).

La seconda lettera a Timoteo, ancora più intima e personale della prima, può dirsi il testamento di. San Paolo, il canto del cigno, perché la scrisse nel 67, nell’ultima prigionia di Roma, poco avanti di morire; cronologicamente è l’ultima. Timoteo, lasciato ad Efeso da Paolo, governava questa Chiesa, quando l’Apostolo, di nuovo incarcerato a Roma, gli scrisse questa lettera.  
Raccontando d’esser comparso davanti a Nerone, Paolo dice d’esser stato liberato << dalla bocca del leone », tuttavia egli sa che la sua morte e sicura e chiama il sue discepolo prediletto per trarne coraggio e affidargli gli ultimi ricordi. Non sappiamo se Timoteo abbia avuto la gioia di trovar vivo San Paolo che, secondo Eusebio, fu decapitato nel 67. Questa tenerissima lettera, che unisce le esortazioni alle profezie sulla morte de1l’Apostolo e sull’avvenire della Chiesa, miste a notizie personali, oltre il prologo (1, 1-5) e l’epilogo (4, 9-22), ha: esortazioni (1, 6 - 2, 13) a render feconda la grazia del sacerdozio, animato dall’esempio di Paolo e dalla risurrezione di Cristo; istruzioni (2, 14 - 4, 8) sulle eresie da combattere, col restar fermo nella dottrina ricevuta, nella predicazione del Vangelo, nell’adempimento del proprio dovere.  

La terza lettera << pastorale >> e indirizzata a Tito.
Questo discepolo, convertito dal paganesimo, accompagnò spesso il suo maestro, al Concilio di Gerusalemme (At. 15, 2; Gal. 2, 1) e nel terzo viaggio missionario, e fu incaricato di visitar or questa or quella Chiesa. Dopo la prima prigionia romana, San Paolo evangelizzò con Tito l’isola di Creta e vi lasciò Tito ad organizzare le varie Chiese fondate nell’isola. Partito da Creta, San Paolo visitò le chiese dell’Asia, poi della Macedonia e nel 64 (o nel 66) giunse a Nicopoli, capitale dell’Epiro. Forse da Nicopoli scrisse questa lettera per dire a Tito che lo raggiungesse e per dargli istruzioni. Questa lettera deve esser contemporanea della prima a Timoteo, avendo il medesimo stile semplice e naturale, le medesime frasi e trattando quasi il medesimo argomento pastorale.
Oltre il prologo (1, 1-4) e l’epilogo (3, 12-15), contiene tre istruzioni: prima (1, 5-16) sulla scelta dei ministri sacri e loro doti; seconda (2, 1-15) sull’insegnamento ai fedeli secondo le loro diverse classi; terza (3, 1-11) sul modo d’istruire i Cretesi. Le tre lettere << pastorali >>, possono quindi ben considerarsi il canto del cigno dell’apostolo delle Genti: hanno uno stile fluido, senza tanti ebraismi, senza fine dogmatica, senza polemiche, e contengono affettuose istruzioni, degne dell’età e della dignità veneranda di San Paolo, vicino alla settantina, ma con un cuore giovanile e ardente, solo innamorato di Cristo e della Chiesa.  



RIFLESSIONE "LETTERE"

<< Non mancare alla Chiesa... >>


<< Soffrire per la Chiesa non è niente, bisogna soffrire nella Chiesa. E la nostra sofferenza, noi ce la dobbiamo gli uni gli altri, essa deve circolare come il sangue, nel sangue stesso del corpo di cui Cristo ci ha dato di essere i membri. Neuville non manca alla Chiesa. Ve ne sono tanti che le mancano! >> (Le Vent souffle où il veut).
Quando io ero bambino, mi fermavo talvolta in casa di un vecchio curato dei dintorni, un solido contadino sullo stampo del curato di Torcy. Egli aveva dovuto lasciare un posto importante per diverbi col suo vescovo, e da quel giorno aveva passato la sua vita di prete in una piccola parrocchia di campagna. Si parlava di tutto e di niente, e mai egli ha saputo quanto quelle rare visite avevano inciso in me. Ciò che mi ha stupito: egli era felice. Un vecchio prete, alla sera di una vita tutta dedicata a Dio, che ha conservato la gioia... Ecco l’impressione che io provo alla lettura delle << lettere pastorali >>. Paolo ha piantato il Cristo in tutto il mondo conosciuto, ha fondato delle Chiese, ora sa che la sua fine è prossima, ed ecco che scrive a due giovani che egli stesso ha formati, ordinati, ai quali passerà la fiaccola. Egli da loro un mucchio di consigli utili per il loro ministero - e i sacerdoti non finiranno di leggere queste lettere per trovarvi il meglio della loro spiritualità — ma soprattutto, spogliato di tutto, abbandonato, egli esprime la sua gioia. Meno esuberante che nella lettera ai Filippesi, questa gioia e anzitutto serenità di colui che << sa in chi ha creduto >>, fiducia in Gesù Cristo che egli canta come in nessun’altra lettera. Apostolo di Gesù Cristo, egli contempla nelle sue mani meravigliate il solo tesoro che abbia conservato gelosamente: la fede.  


 
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