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LETTERA AI ROMANI - LA PORTA DI LUCE

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LETTERA AI ROMANI


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INTRODUZIONE "LETTERA AI ROMANI"

Una colonia di Giudei si era stabilita già avanti l’Era Volgare in Roma, con libertà di culto e quartiere speciale nel Trastevere, ed aveva fatto tra i pagani dei proseliti. Giudei abitanti a Roma e proseliti romani ascoltavano il discorso di San Pietro nella Pentecoste (Atti 2, 10-11), e, tornati in patria già cristiani, furono i primi fedeli della Chiesa romana. San Pietro fu il vero fondatore di questa Chiesa, non solo perché furono suoi figli spirituali i primi cristiani di Roma ma anche perché, come attestano tutti i  Padri, organizzò questa Chiesa e vi pose la sua sede. San Pietro venne a Roma verso il 42, vi rimase qualche anno, e, certo dietro impulso divino, trasportò la sua sede da Antiochia a Roma, affinché fosse capo del Cristianesimo la capitale dell’impero. Bandito con i Giudei da Claudio nel 49, ben presto vi tornò e vi subì il martirio con San Paolo nel 67.
Nel 57-58, quando San Paolo scrisse la lettera ai Romani, la Chiesa di Roma appare bene organizzata, e già i cristiani venuti dal paganesimo sorpassavano quelli venuti dal giudaismo; era tanto numerosa che nel 64 diede una << moltitudine grandissima >> di martiri, ed era anche molto istruita  nella dottrina cristiana, e famosa in tutto il mondo per le sue virtù.
San Paolo aveva desiderato molte volte di visitarla, ma non aveva ancora potuto. Al termine del suo terzo viaggio missionario, San Paolo, dopo aver evangelizzato l’Oriente, disegnava di conquistare a Cristo l’Occidente; cosi l’occasione tanto desiderata di visitare la Chiesa di Roma si presentava a lui. Scrive per questo ai Romani, annunziando che dopo essere stato a Gerusalemme a portar le collette, nel viaggio che farà in Spagna, si fermerà a Roma. Ecco la causa occasionale della lettera. Ma la lettera ai Romani, più che una lettera, e un trattato ed ha altri fini molto superiori ad un semplice annunzio di visita.
L’importanza di Roma per la conversione dei Gentili, dei quali Paolo era l’Apostolo, la necessità che il centro d’irradiazione del Cristianesimo fosse bene istruito nella fede, fu il motivo principale.
Nella sua lettera San Paolo giustifica il suo apostolato fra i Gentili, e insiste sui principali punti della sua predicazione, specialmente sulla tesi principale e più combattuta dai Giudaizzanti, ma d’importanza capitale per l’avvenire del Cristianesimo, che cioè la grazia della giustificazione  è meritata da Cristo per tutti gli uomini, tanto Giudei che Pagani, senza esser fondata su meriti precedenti; non dipende la giustificazione dall’osservanza della legge mosaica, ma dalla fede in Cristo, resa viva dalle buone opere. La lettera fu scritta a Corinto in casa di Gaio, nel corso dell’anno 57; fu portata, a quanto sembra, dalla vedova Febe, diaconessa di Cencre, e precedette di tre anni San Paolo, che arrivò a Roma incatenato, dopo la prigionia di Gerusalemme, dopo la prigionia di due anni a Cesarea e il naufragio di Malta (Atti).
La lettera ai Romani è stata sempre lo spavento degli interpreti, per i grandi problemi che affaccia (peccato originale, concupiscenza, giustificazione, predestinazione) e molti, come già notava San Pietro ai suoi tempi (II Pt. 3, 16), l’hanno stravolta a provare i loro errori. A ragione la lettera ai Romani viene considerata il << Vangelo di Paolo >>, il più importante documento teologico dell’intera Bibbia.
La lettera ai Romani può dividersi in tre parti:
PROLOGO, solennissimo, degno di Roma (1, 1-15).
CORPO DELLA LETTERA, o meglio, trattato, con le sue due parti:
Dogmatica: dimostrazione della sua tesi sulla giustificazione, in cui San Paolo prova che la giustificazione si ottiene per la fede in Cristo, offerta gratuitamente a tutti (cap. 1-4), descrive la giustificazione, enumerandone i frutti (5-8), scioglie le obiezioni (9-11).
Morale: una collana di precetti sulle virtù cristiane che devono essere il corollario della fede (12-15). L’EPILOGO manda i saluti a 24 persone che San Paolo aveva conosciute e che si trovavano allora a Roma (16).



RIFLESSIONE "LETTERA"


Salvati in Gesù Cristo,
mediante la nostra risposta d'amore



Dio ci << salva >>... Fermatevi un istante: a che cosa pensate quando si pronunciano le parole << salvezza >>, << essere salvati >>?
<< Non entrare qui senza desiderio >>. La frase di Valéry incisa in lettere d’oro non vale soltanto per il Musée de l’Homme! Paolo ci parla qui della  << salvezza in Gesù Cristo >>. Desiderate voi di essere salvati?
Questo desiderio non può nascere se non quando si prova il sentimento di <<essere perduto>>. Volete che approfondiamo un po’ questo desiderio? Per vederci chiaro mi sembra che si potrebbero classificare gli uomini, in base al loto desiderio di salvezza, in tre categorie:
1) Coloro che non provano questo bisogno. Persone felici... o incoscienti. Tutto va per il meglio nel migliore dei modi. << Gli innamorati sono soli al mondo >>. Rousseau, Giono... La natura è buona, basta abbandonarsi a lei. Il ben pasciuto. O l’ottimista beato: << Domani, la tecnica avrà risolto tutto>>. Ciascuno di noi, un giorno o l’altro, si  è trovato in questa categoria. E lo scacco, allora, viene a ridestarci dalla nostra ingenua incoscienza. Lo scacco nel mondo, intorno a noi, la sofferenza ovunque, la fame. Quando incrocio per strada una ragazza dal volto sfigurato, l’amico fallito nella vita, quando vedo dei bambini che soffrono... Quei giorni quando non posso che piangere di rabbia o di disperazione davanti alla mia impotenza. E con Paolo, ancora, sento talvolta il bisogno di esclamare; << Ah! chi dunque mi libererà da questo mondo di morte, da questo io che mi conduce alla morte?... >>. Sarebbe forse Dio?
2) << No, risponde una seconda categoria di uomini. Io ho bisogno di essere salvato. Ma la salvezza non voglio riceverla che da me stesso >>. << Qui, dove lo sguardo s’arresta da ogni lato, tutta la terra è disegnata perché il viso si levi, lo sguardo supplicante. Oh! io odio questo mondo dove noi siamo ridotti a Dio. Ma io che soffro l’ingiustizia, ché m’é stato negato il diritto, io non m’inginocchierò » (Camus, Il malinteso). << L’anticristiano non aspetta che da se stesso la propria remissione, egli non cerca una quiete, ma una vittoria, una pace conquistata » (Maltaux). Noi ci sentiamo senza dubbio profondamente in comunione con alcuni testi meravigliosi di Camus per esempio o di marxisti: << Noi viviamo e lottiamo perché al di la di questa duplice vittoria (sulla fatalità della natura e sulle contraddizioni sociali) l’uomo continua consciamente la creazione dell’uomo e della sua storia » (Gataudy).
Ma per quanto bello ciò sia, è sufficiente a colmare la << speranza terribile e profonda che è nell’uomo? » (Mairaux). Si urta contro quello scacco stupido, definitivo, totale, che è la morte. La morte di ciascuno di noi; <<L’uomo è un essere-per-la-morte >>, ripetono Heidegger e molti filosofi contemporanei. << La vita non ha mai uno scopo oggettivo, a meno che non si designi così la morte >>, dice il prete Koruga ne La 25“ ora (di Costantin Virgil Gheorghein). La morte della Storia stessa: ciò per cui generazioni d’uomini si sacrificano, perirà anch’esso...
Ciò che vi e di più profondo nell’uomo, in noi, lo sentiamo bene, è il bisogno di salvezza totale, la riuscita definitiva della nostra vita. E’ la vittoria sulla morte.
3) Coloro che accettano la salvezza da Gesù Cristo. << Io sono la risurrezione e la vita >>. Poiché Dio si è fatto uomo, poiché egli e stato ucciso, poiché Dio l’ha risuscitato, in lui la morte è vinta.  
Ma questa fede non sarebbe allora che un << oppio >> per addormentare il nostro male di essere uomini? << E’ una fede più alta: quella che propongono tutte le croci dei villaggi….. Essa è amore e appagamento è in essa. Io non l’accetterò, io non mi abbasserò a domandarle l’appagamento al quale mi chiama la mia debolezza » (Maliraux). Noi siamo tentati talvolta da questa religione-oppio. Perché il Cristo non è un << tranquillante >>, una << pillola di felicità >>, egli non ci strappa alla nostra condizione di uomini, ma, assumendola pienamente, egli ci dice che in lui la nostra vita e la nostra storia hanno un senso. Tutto era perduto e Dio ci ha salvati in Gesù Cristo. Ecco ciò che Paolo vuole spiegarci nella sua lettera ai Romani, l’unica intuizione che egli presenta nella parte dottrinale, prima di svilupparne le conseguenze pratiche.   


 
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