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LETTERA AI COLOSSESI - LA PORTA DI LUCE

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LETTERA AI COLOSSESI

CAPITOLI

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INTRODUZIONE "LETTERA AI COLOSSESI"

Colossi, rovinata con Laodicea e Gerapoli dal gran terremoto avvenuto sotto Nerone, era divenuta ai tempi di San Paolo una città secondaria.
Sebbene San Paolo avesse percorso due volte la Frigia (Atti 16-17), forse non si spinse nella valle del Lico fino a Colossi, e certamente non fondò la Chiesa di Colossi, che fu fondata invece da Epafra (C0l. 1, 3-7; 2, 1-5; 4, 11-12).
Occasione della lettera fu Epafra, discepolo di Paolo e vescovo di Colossi, che, essendo andato Roma a visitare Paolo prigioniero, aveva manifestato i nuovi pericoli che minacciavano le Chiese dell’Asia, specialmente Colososi. I pericoli vengono da falsi dottori giudaizzanti, già iniziatori dello gnosticismo, i quali si rassegnavano a qualche pratica giudaica, perché ormai i cristiani avevano compreso la superiorità della fede alla legge, ma menomavano la dignità di Cristo, che sostituivano con gli Angeli, ai quali rendevano un culto speciale. Paolo, saputi questi pericoli, scrisse questa lettera ai Colossesi, molto simile a quella agli Efesini, perché scritta nel medesimo tempo e per il medesimo scopo. Oltre al prologo (1, 1-8) e all’epilogo  (4, 7-18), contiene due parti: l’una dogmatica e l’altra morale.
- Dogmatica (1, 9 - 2, 23): parla dei benefizi e della dignità di Cristo in relazione a Dio, alla creazione, alla Chiesa, e confuta i falsi dottori opponendo alle loro fantasie la vera dottrina cristiana. Insiste con sublimità sulla divinità di Cristo, sull’universalità della redenzione e sulla necessità del cristianesimo per salvarsi; bolla l’inanità delle osservanze giudaiche e delle pratiche asceti- che dei falsi dottori, e condanna il loro esagerato culto degli Angeli.
- Morale (3, 1 - 4, 6): parla dei doveri cristiani, sia generali che particolari, dei diversi stati. La lettera scritta da Roma, forse negli ultimi mesi di prigionia (62), e una specie d’encic1ica, perché letta a Colossi doveva essere portata ai cristiani di `Laodicea. Latori ne furono Tichico e Onesimo.



RIFLESSIONE "LETTERA"

"L'universo prende la forma di Gesù" (Teilhard)


Colossi. Oggi un ammasso di terra vicino alla borgata moderna. Gli indigeni la chiamano << la  collina >> come gli arabi direbbero << tell >>. Ebbe la sua ora di celebrità al tempo di Serse e di Ciro. Già non era più che una città secondaria quando Epafra, un colossese discepolo di Paolo, v’introdusse il Cristo. Il suo titolo di gloria? Un’eresia! Felice eresia di Colossi che segnerà una tappa nell’evoluzione del pensiero di Paolo. Maturato dagli anni di reclusione, la crisi di Colossi — Epafra è giunto a Roma per metterlo al corrente — scopre a Paolo il punto di vista centrale che forse cercava, che gli permetterà in ogni caso di organizzare il suo pensiero. Egli lo getta, in questa lettera, come un grido d’allarme. Ben presto, placato, lo potrà riprendere, come aveva scritto ai Galati e ai Romani, in una lettera enciclica, meravigliosa sintesi del suo pensiero: la lettera agli Efesini. Ma i Colossesi erano davvero eretici? È stato più volte affermato sulle parole di Paolo. È  dimenticare il dono che egli ha di andare diritto alla radice del male e di tirarne le conseguenze che senza dubbio i suoi cristiani non hanno veduto. Ricordate il caso dei Galati. Più che di << eresia >>, sarebbe meglio parlare di un rischio di deviazione dottrinale. La sua origine? I Giudei erano nume- rosi in quelle regioni e il giudaismo vivo. Esso era tale da tentare << la religiosità eccentrica >> di quei giovani cristiani (Benoit), soprattutto se si accompagnava, come sembra il caso, da alcune elucubrazioni sul calendario e sulle potenze celesti che regolano il corso della storia. Praticamente, questo << deviazionismo >> si manifestava esteriormente con osservanze supplementari: astinenze, giorni di festa, sabato (Col. 2, 16-22), forse con la circoncisione (semplicemente consigliata: Col. 2, 11); più profondamente, per l’importanza data a esseri intermediari tra Dio e gli uomini: il Cristo non rischia allora di non essere altro che una tra le tante potenze cosmiche, forse anche al di sotto di esse? In questa lettera battagliera, Paolo accetta il terreno di lotta che gli offrono i suoi cristiani: egli incomincia con un attacco alle << potenze », e questo lo condurrà ad approfondire o esplicitare il suo pensiero su tre punti.  Le << potenze >>. << L’angelo della pioggia non ha fatto il suo servizio>>: per noi una semplice facezia. Ma essa tocca forse la problematica di Paolo e comporta una verità profonda. Al contrario dei nostri spiriti logici e <<laici>>, gli antichi erano naturalmente << religiosi >>: davanti ad una cosa o ad un avvenimento, noi cerchiamo la sua causa o la sua essenza, e le troviamo nelle leggi naturali. Gli antichi, avendo il sentimento profondo di vivere in un mondo abitato, <<invaso >> dal divino, davamo a tutte le cose una causa spirituale: la potenza del temporale, per esempio, derivava dal dio del temporale. C’era il dio, o la potenza, delle sorgenti, del tale popolo, dell’amore... Le forze astrali e cosmiche sono senz’altro delle << potenze » (pensate a quelle dell’atomo), ma mentre noi le dominiamo e sappiamo metterle al nostro servizio, gli antichi si sentivano dominati da esse e, per metterle al loro servizio, rendevano ad esse un culto. Paolo è del suo tempo e ne ha la mentalità. Ma egli sa anche bene che non vi è che un solo Dio e Padre; egli continua perciò nella linea dell’Antico Testamento: assimila quelle potenze alle creature, servi di Dio, gli angeli. Ciò facendo, le fa entrare nel piano di salvezza di Dio e le mette al loro vero posto, subalterno, in rapporto al Cristo. Ciò lo porta per: contraccolpo a mettere meglio in rilievo la supremazia cosmica del Cristo. << Il Cristo universale... vertice del mondo >>, scrive Teilhard. D’accordo, ammette Paolo, le potenze cosmiche, gli angeli, poiché bisogna chiamarle con il loro nome, hanno ricevuto da Dio un ruolo da svolgere prima del Cristo, nel governo del mondo come nella trasmissione della Parola di Dio. Ma ora questo ruolo è finito, il Cristo è venuto ed è lui ormai che ha preso in mano la direzione del cosmo. Noi assistiamo, dunque, a un allargamento del quadro nel quale fino allora Paolo pensava il mistero del Cristo. Per vederlo, la cosa più semplice è confrontare i due grandi inni al Cristo delle epistole ai Colossesi e ai Filippesi. Il centro di interesse E’lo stesso: l’unione al Cristo, ma la prospettiva si è allargata.  



 
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