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LETTERA AGLI EBREI - LA PORTA DI LUCE

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LETTERA AGLI EBREI

CAPITOLI

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INTRODUZIONE "LETTERA AGLI EBREI"

Questa lettera è così diversa dalle altre che, fin dall’antichità, ha suscitato molti dubbi circa la sua appartenenza paolina. I Padri greci videro in questa lettera l’impronta del leone, e l’attribuirono a San Paolo. I Padri latini l’attribuirono a San Barnaba (Tertulliano) o dissero che fu scritta prima in ebraico da San Paolo e tradotta in greco da San Luca o da San. Clemente (S. Girolamo); ma dopo Sant’Ilario (IV secolo) tutti la riconoscono come di San Paolo. E innegabile che sia stata scritta, almeno, sotto l’ispirazione di Paolo, che non solo l’ha veduta, ma ci ha messo anche la notizia della liberazione di Timoteo (13, 23), i saluti e il proposito di andar presto a visitare coloro cui è scritta. La lettera è indirizzata agli Ebrei di Palestina e particolarmente di Gerusalemme; lo prova il nome << Agli Ebrei >> e certe particolarità sul tempio, sulle cerimonie del cult0 (9-10), sulla passione di Gesù, che esigono gente che ha sotto gli occhi il tempio di Gerusalemme. Questi Giudei – Cristiani, verso il 64, correvano pericolo di perdere la fede per le attrattive esteriori del culto giudaico nel tempio di Gerusalemme, a causa della loro povertà e per una terribile persecuzione in cui era già morto San Giacomo i1Minore (62 0 63).  
San Paolo, assolto dal tribunale di Nerone, forse reduce dalla Spagna in Italia, sapute tante sventure, si accinse a scrivere (intorno al 65) questa lettera, che è la più maestosa. Se non la scrisse proprio a Roma, la scrisse in Italia (13, 24) prima di tornare in Oriente a riveder quei di Gerusalemme, come promette di fare nella lettera.
San Paolo, Apostolo dei Gentili, non poteva dimenticare i suoi fratelli secondo la carne, e aveva la nostalgia di Gerusalemme. Vi andò infatti, ma fu arrestato e portato a Roma. Appena libero dalla predicazione occidentale, ritenta con indomito amore l’assalto della città santa, per conquistarla a Cristo, e prima, come fece ai Romani, spedisce la sua lettera, ove per prudenza tace il suo nome, ma difende trionfalmente le sue idee sulla superiorità del Cristianesimo sul Giudaismo e sulla inutilità della legge per la salute eterna. Questa lettera, come le maggiori (di San Paolo, oltre il prologo (1, 1-3) c l’epilogo (13, 8-25), ha una importante parte dogmatica (1, 4 - 10, 18): senza condannare chi pratica ancora delle antiche osservanze, mostra l’insensatezza di chi si crede obbligato al giogo dell’antica legge, e prova la superiorità del N. T. sul1’A. T. dal fatto che Cristo, Figlio di Dio e autore del N. T., è ben superiore  agli Angeli e a Mosè dai quali fu data l’antica legge. Passa poi a parlare del sacerdozio di Cristo e ne mostra in tutta l’assoluta superiorità su quello ebraico, concludendo cl1c l’A. T. era l’ombra, il N. T. la realtà.
Una breve parte morale (10, 19 - 13, 17) è la conclusione della dogmatica, e fa sentire la necessità della fede (10, 9 - 11, 41) e delle buone opere (12, 1 - 13, 25).

RIFLESSIONE "LETTERA"

Gesù Cristo, ieri e oggi e nei secoli
(Eb. 13, 8)

<< Sono partita perché desidero vedere Dio e perché, per vederlo, bisogna morire... >>. Con una sculacciata: cosi termina per questa volta l’avventura. Teresa aveva sette anni quando decise con suo fratello di lasciare Avila per andare a cercare il martirio tra i Mori. Essa si gettò quel giorno nella sola avventura che valga la pena di essere vissuta, l’avventura definitiva. Ma forse aveva sbagliato strada. Un giorno si chiamerà << Teresa di Gesù >> e allora l’avrà trovata: per vedere Dio, non c’è altra strada che l’umanità - di Gesù Cristo. << Io sono la via... ». <<Partire... per vedere Dio... morire... Gesù >>. Un solo tema. Quattro parole chiave. Ecco, io credo, il cuore dell’epistola agli Ebrei. Questa lettera non è facile. Scritta in un greco eccellente, composta con un’arte che ci stupisce, l’autore è rotto ai metodi dell’esegesi rabbinica e cita l’Amtico Testamento con una padronanza sconcertante. Ma quale potenza! Quando, entrando in una chiesa bizantina, vi appare nell’abside il Cristo pantocratore, voi sapete che non potrete vedere nient’altro: tutto il monumento é pieno di quella presenza. Quando avrete sofferto un po’ nei meandri di questa epistola, possa la medesima presenza imporsi a tutta la vostra vita. << Voglio vedere Dio ». Ecco l’istanza essenziale dell’autore: come vedere Dio? Per ottenere questo, bisogna << partire ». Questo cammino è di fatto un << ritorno >>. Poiché siamo peccatori, in un mondo peccatore, bisogna lasciarlo. Lasciarlo a tal punto che bisogna << morire >> al mondo, non di quella morte sciocca, assurda, che è il punto finale tragico e ineluttabile della vita. Ma di quella morte che è offerta, che è sacrificio. Come è possibile questo?  << In Gesù Cristo >>. Egli è il solo << mezzo >>, il solo mediatore tra gli uomini e Dio perché é uomo e Dio. Partecipando del suo sacerdozio, tutto il popolo dei battezzati, ora, dietro di lui e in lui, può fare della sua vita un sacrificio e avere accesso presso Dio. Il pensiero è semplice e le prospettive magnifiche. Quel che complica tutto, è che l’autore e giudeo e parla a... Ma a chi parla dunque? Sembra che i suoi destinatari siano dei preti giudei — degli esseni forse? - convertiti al cristianesimo. Questi, preti attraversano una pericolosa crisi spirituale, accresciuta dalla prospettiva di prossime persecuzioni. Fino allora il culto giudaico dai fasti evocatori era stato il centro della loro vita. Questo culto aveva per vertice la liturgia del Kippur, il giorno solenne di penitenza quando, unica volta dell’anno, il gran sacerdote, solo, entrava nella terza parte del tempio, il santo dei santi, in cui, nel silenzio e nell’oscurità, Dio era presente. Recando il sangue delle vittime immolate, egli entrava presso Dio per ottenere il perdono di tutto il popolo. Questo culto, essi l’avevano abbandonato diventando cristiani e vi ripensavano con nostalgia. L’autore dell’epistola, anch’egli una volta giudeo, adatta il procedimento alla loro mentalità. Egli parte continuamente dalla liturgia giudaica, specialmente da quella del Kippur, mostrando loro con molta delicatezza e rispetto che non hanno perduto niente abbandonandola: il culto giudaico, infatti, non era che un’immagine, in realtà non dava accesso a Dio, ma era veramente immagine: ciò che prefigurava si è << adempiuto » in Gesù Cristo. Questo duplice aspetto, negativo (il culto antico non vale) e positivo (vale come prefigurazione) sottende tutta la lettera e ritorna a proposito di tutte le realtà attinenti al culto giudaico: l’Esodo, Mose, il sacerdozio, il santuario, il sacri6cio... Questa epistola è così la riflessione teologica più spinta del Nuovo Testamento sul sacerdozio dei fedeli, il sacrificio dell’umanità di cui ci parlava sant’Agostino e che già sviluppava l’epistola di Pietro, o, in altri termini, sul mistero pasquale. Cerchiamo di vedere con l’autore come il mistero pasquale che era prefigurato nell’Antico Testamento, fu compiuto in Gesù Cristo, e vissuto nella vita cristiana.

 
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